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ZONA ARCHEOLOGICA DI SUSA – Acquedotto Romano

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Negli immediati pressi dell’Arco di Augusto si trovano due grandi archi costruiti con blocchi calcarei dei resti dell’acquedotto romano. Per secoli gli studiosi si sono interrogati sulla funzione di quella struttura ad archi, uno spezzone di architettura incastrata tra le mura che circondano il castello di Adelaide e una sorta di torrione circolare. A partire dagli studi di Alfredo D’Andrade fino agli studi più recenti condotti dalla Sovrintendenza Archeologica, la struttura ha finalmente ritrovato la sua vera funzione: resti dell’acquedotto cittadino.

Di esso rimangono solo i due poderosi arconi. La struttura è piuttosto composita: i piloni sono realizzati in blocchi di pietra, gli archi sono in blocchi di marmo di grossa pezzatura, mentre la muratura terminale è in pietrame di piccola pezzatura, per lo più costituita da ciottoli di fiume, su cui poggia una cornice marcapiano in tavole di pietra. Come una sorta di gigantesca gradinata la costruzione si sovrappone alle rocce che costituivano la collinetta della città, le scavalca, superando ogni ostacolo per poter mantenere quell’acqua sempre ad una medesima altezza.
L’acquedotto giunge infatti perpendicolarmente alle mura della città, dove, secondo le indicazioni di Vitruvio, padre dell’architettura e dell’ingegneria classica, era necessario costruire un serbatoio con tre bacini per raccogliere l’acqua. In effetti, secondo gli studi della Sovrintendenza, “all’interno del recinto del castello si sono rinvenute tracce di canalizzazioni in muratura e una grande cisterna, coperta da volta a botte, il cui uso, per la raccolta e la conservazione di acqua potabile è attestato sino alla fine del XIX secolo”.

Un sistema complesso di edifici, canalizzazioni, arcate, che oggi si possono soltanto immaginare: la grande struttura in pietra doveva scavalcare le terre per arrivare a captare l’acqua probabilmente in direzione di Gravere, per portarla a Segusium, dove veniva spartita per usi domestici, bagni pubblici, terme. Una costruzione ardita, come tante architetture di alto livello ingegneristico che i Romani sapevano realizzare così bene, che doveva rendere agevole una vita fiorente e attiva nella antica città di Susa, porta e chiave d’Italia.
Nel Medioevo le due arcate sono state inglobate nelle strutture difensive e collegate ad una delle torri della cinta muraria.
Solo nel XIX secolo sono state ripristinate e riportate al loro presunto aspetto originario.

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